George A. Romero

George A. Romero

Questo volume pubblicato in occasione dell’Omaggio a George A. Romero nell’ambito del 19° Torino Film Festival è letteralmente fantastico. La veste editoriale grezza e accattivante come solo i vecchi manifesti di horror-movies sapevano essere, raccoglie materiali eterogenei del/sul ‘maestro di Pittsburgh’ che ne sviscerano la cangiante creatività messa a disposizione di uno dei pensieri più penetranti, benché pessimistici e destabilizzanti, prodottosi nella fiumana di celluloide novecentesca.
Al di là di qualche divertito e malizioso schizzo a matita, a volte dal sapore kubrickiano, di Romero è illuminante il racconto iniziale, Argilla, che ci svela una genuina e raccapricciante vena letteraria capace di saggiare, come solo a scrittori quali Flannery O’ Connor o Harry Crews è riuscito di fare, le passioni morbose che attanagliano chi è votato alla condizione del loser; la serie di premesse, prefazioni e abbozzi di sceneggiature che hanno preceduto progetti poi effettivamente realizzati o drasticamente arenatisi tra gli scogli di un circuito produttivo ottuso e a lui ostile; e addirittura un disilluso e illustrato ‘racconto per l’infazia’. Tutti documenti da cui si irradia la disperata convinzione romeriana che vede l’uomo votato all’autodisfatta, apocalitticamente metaforizzata dall’attitudine antropofagica degli zombi, perché reo di aver ineluttabilmente compromesso i ritmi e i fondamenti del vivere divenendo egli stesso un morbo, una peste, vivo o morto che sia.
Ammirevole il fulcro primario del libro, costituito dalla torrenziale e perspicace intervista della curatrice Giulia D’Agnolo Vallan che incalza con domande e riflessioni che danno modo all’autore di enucleare i tratti salienti della sua formazione e i suoi assiomi etici ed estetici: le difficoltà e violenze fisiche derivate da un’infanzia vissuta nel Bronx, cercando di celare le proprie origini ispaniche, e quelle psicologiche dovute ai ricordi dei minacciosi aeroplani che solcavano i cieli coadiuvati dai primi, allarmanti notiziari; l’appartenenza a quella schiera di cantori -tra tutti l’amico e collega Stephen King- svezzata a napalm ed EC Comics; una concezione ‘cubista’ della visione ottenuta mediante forsennati découpages che mirano alla moltiplicazione di informazioni e dei punti di vista, affrancandosi dallo stato di cristallizzazione in cui verte la ‘comunicazione’.
Incastonati nella lunga conversazione, gli interventi e i ricordi dei più fedeli collaboratori, il musicista Danald Rubinstein, la moglie, nonché curatrice del castig e attrice Chris Forrest Romero, il capomacchinista Nick Mastandrea e la coppia costumista/scenografo Barbara e Cletus Anderson; che con Romero hanno condiviso la realizzazione di capolavori come Night of the living dead, The crazies, Martin e Knightriders; tra le più libere e corrosive pietre angolari del cinema americano, benché siano state martoriate dal sistema distributivo. Contribuiscono a rendere questo testo imperdibile le acute analisi filologiche e critiche condotte da una schiera di autori (Bill Krohn, Giona A. Nazzaro, Stefano Della Casa, Roberto Silvestri, ecc…) attenti ma non leziosi nei confronti della opera romeriana; interventi di amici ed estimatori (Dario Argento, Brian Yuzna e Ed Harris) e un apparato fotografico ‘da urlo’.

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